Un giorno che non si dimentica

L’incubo del bombardamento: 11 aprile 1945

 

di Fernanda Gatti

 

 

Goito 11 Aprile 1945 ore 12,15

 

 

Quando gli aerei angloamericani si avvicinavano alle città per bombardare, suonava la sirena d’allarme per avvertire gli abitanti dell’imminente pericolo e quindi mettersi al sicuro nei rifugi.

A Goito l’allarme veniva dato dal custode della torre comunale cui l’amministrazione  aveva dato incarico quando veniva telefonicamente informato dal centralino di Mantova. A questo punto suonava la campana della torre.

Purtroppo però all’epoca i telefoni non erano per niente efficienti ed il custode era un po’ debole di udito. Così accadeva spesso che quando suonava la campana il pericolo era già passato creando in noi molta confusione. Abbiamo così imparato noi Goitesi a regolarci da soli ascoltando ogni minimo rumore proveniente dal cielo. A noi ragazzi era vietato ogni gioco rumoroso che potesse disturbare questo ascolto.

Da alcuni giorni alle ore 12,15 passavano regolarmente formazioni di aerei bombardieri composte ciascuna da dodici velivoli. Sorvolavano il nostro territorio e si dirigevano verso il Brennero.

Noi non andavamo a rifugiarci nel campanile; lo facevamo solo quando arrivavano i cacciabombardieri che si abbassavano per mitragliare e buttare qualche bomba per colpire il ponte. Questi invece erano per noi solo aerei di passaggio.

Il campanile della chiesa  era il nostro rifugio antiaereo per chi abitava in piazza Cavallerizza (come veniva chiamata allora la piazza della chiesa) rifugio sicuro come aveva confermato un ingegnere che si trovava occasionalmente a Goito. Egli affermò che i muri perimetrali di questo edificio erano talmente spessi e robusti che nel caso fosse stato colpito il campanile sarebbe  caduto di lato e non ci avrebbe sepolto.

Con questa convinzione e in mancanza di altro non appena veniva avvertito  il pericolo correvamo a rifugiarci li mentre altri cercavano riparo sotto la Rocca vicino al Mincio.

L’11 Aprile era una bellissima giornata di sole ed assieme ad altre persone guardavamo questi aerei che passavano molto alti brillando nel cielo.

Notammo che le formazioni passavano distanziate una dall’altra ad intervalli di circa dieci minuti.

Quando passò l’ultima ci apprestammo a rientrare per il pranzo ma all’improvviso accadde qualcosa che ci bloccò. Questa ultima formazione non proseguì con le altre, ma appena sorvolato il paese si girò,  emise un ronzio strano e funesto  non  promettendo nulla di buono. Presi dal panico cominciammo a correre al nostro rifugio mentre si sentiva già il sibilo delle bombe che scendevano. In pochi minuti il piccolo spazio  del campanile si riempì di gente fino a rischiare il soffocamento. La tensione era alta mentre fuori accadeva il finimondo.

Ricordo un fascista con tanto di divisa nera  e berretto con il fiocco a penzoloni, un omaccione grande e grosso che si dava tante arie, rifugiatosi pure lui e che per mancanza di spazio si era arrampicato sulla scala a pioli  che conduceva sopra.

Ricordo che ad ogni esplosione anziché infonderci coraggio (data la sua posizione ed importanza che si dava) si copriva il volto con le mani manifestando tutto il suo terrore e nonostante la situazione fosse drammatica rendeva la scena assai buffa.

Le incursioni avvenivano ad intervalli di circa 15 minuti; gli aerei colpivano e si allontanavano per poi ritornare. Una bomba caduta a poca distanza dalla sagrestia fece crollare  parte del soffitto di questa ed un pezzo del soffitto di legno dove eravamo noi.

Il pezzo di legno cadde sulla mia testa, mi misi ad urlare più per il terrore che per il dolore. A questo punto persa ogni speranza Don Antonio, il curato, disse: ” silenzio che vi do l’assoluzione”. Ci fece recitare l’atto di dolore e ci raccomandò l’anima a Dio.

Questo incubo durò fino alle 14,30. Due ore e un quarto di bombardamento a tappeto che, come scoprimmo più tardi, aveva come bersaglio i barili di benzina che i tedeschi avevano sotterrato nelle campagne attorno al paese. Solo per puro miracolo le bombe non avevano colpito il loro obbiettivo.

In questa giornata drammatica nessun goitese perse la vita e da allora il paese è grato alla Madonna della Salute.

Per  i credenti è Lei che ci ha protetti. Per diversi anni in questa data veniva celebrata una messa di ringraziamento.

Di anni ne sono passati parecchi, ho passato gli ottant’anni, ma il ricordo di quel giorno mi è sempre presente.

 

Fernanda Gatti

 

 

Verona, 6 Febbraio 2012

 

 

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